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Archive for aprile 2009


Le notizie e le preoccupazioni sull’influenza suina si stanno diffondendo più velocemente del contagio stesso. Una propagazione virale di un fenomeno virale: sono curioso di sapere cosa ne potrebbe pensare Cronenberg.

Nell’attesa di chiederglielo, sono molto contento di sapere cosa ne ha pensato il geniale inventore del mash-up che ci permette di tenere d’occhio il propagarsi dell’infezione su google map.

Gli aggiornamenti sono ragionevolmente frequenti, ed è apprezzabile la distinzione tra casi confermati o soltanto sospetti. Un ottimo esempio di informazione – e comunicazione – geek.

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La Cornice Digitale (quella su cui – per ora – guardiamo le nostre foto senza usare il PC) è un prodotto di successo: nel mondo ne sono state vendute 10-12 milioni, e nel 2008-9 si sparano cifre tra i 20 e i 40 milioni di pezzi all’anno.

In modo discreto, i produttori hanno iniziato ad inserire nelle cornicette la capacità di collegarsi ad Internet, attraverso una connessione Wi-Fi.

Ufficialmente per permetterci di accedere alle nostre foto su Flickr e simili. O per travasare comodamente le nostre foto dal computer alla cornice, senza trafficare con schede e chiavi USB.

In pratica, aprendo la porta alla connessione Internet, milioni di nuovi display potranno in pochi anni aggiungersi al novero degli spazi pubblicitari disponibili.

C’è già chi sta costruendo i network pubblicitari: guardiamo ad esempio Frame Media, che con il suo Frame Channel permette alle persone di sposare sulla cornice digitale le proprie foto con contenuti scaricati da un canale apposito. Meteo, oroscopi, condizioni del traffico. E, conseguentemente, l’inevitabile download di contenuti pubblicitari. Con l’obiettivo di fare un quarto di milioni di utenti oggi. Domani, il mondo.

In realtà, quello delle cornici non è che l’ultimo atto di una battaglia. Che fa parte di una guerra: quella per la dominazione dei display. Di qualsiasi display.

In un mondo dove non sono pochi a vaticinare la fine dei periodici di carta (che morti non sono, ma certamente potrebbero stare meglio), dove a medio termine la maggior parte dell’informazione, del content, passerà attraverso uno schermo digitale – sia  esso TV, cellulare, computer, affissioni digitali nei punti vendita o in esterni, dominare i display significa sopravvivere all’evoluzione dei media, garantirsi una sopravvivenza in termini di accesso allo spazio per i nostri contenuti info-adv-commerciali.

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Di fronte alla provocazione di Paolo sullo spot che resiste al telecomando, non posso non rispondere con una notizia un po’ datata, ma reale e di segno opposto. Ha infatti avuto un discreto successo, negli USA, un nero, discreto oggetto chiamato TV-B-Gone: un telecomando universale con una sola funzione. Spegnere le televisioni. Qualsiasi televisione. Un atto di guerriglia o di auto difesa, permettendo alla persona comune di sopprimere l’inquinamento televisivo in tutti quei luoghi (pubblici?) dove la TV non è una scelta ma un’imposizione. Sale d’attesa, locali. Senza che nessuno si renda conto di quanto è successo. In una ventina di secondi la maggior parte dei televisori è ridotta al silenzio – e se avete di fronte un avversario esoterico, in poco più di un minuto l’intera gamma di sequenze esistenti viene trasmessa dall’ammazza TV e quasi ogni schermo televisivo noto all’uomo ridotto a più miti consigli. Risultato: al modico prezzo di 14,99 $ il prodotto si è venduto come il pane, in due giorni ha finito il primo stock (il fatto che Wired gli abbia dedicato un articolo di certo gli ha dato una grossa mano…). Dietro all’ammazza TV universale, però, c’è qualcosa di più di una semplice trovata: c’è l’infinita rincorsa tra l’advertising e il proprio pubblico, come dice qualcuno, l’infinita lotta tra il bene e il marketing.

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This Onion made me cry, with joy.

Sull’autorevole The Onion leggo che McDonald’s manderà on air il primo spot in grado di resistere al comando “mute”. In pratica, quando una persona cerca di togliere il volume allo spot, questo non s’abbassa. Anzi, si raddoppia, per farti sentire meglio il jingle. Pare che le aziende ne siano entusiaste. Sempre nello stesso pezzo, si riferisce che pare ci sia chi sta sviluppando tecnologie in grado di accenderti il televisore proprio quando sta andando in onda lo spot che vogliono farti vedere.  

Per ora mi astengo dai commenti, anche perchè è una bufala (the onion è famoso per essere un “funny fake news service”), e mi limito a una battuta: è la conferma definitiva che la creatività tecnologica è una forza, dato che ora ha anche il lato oscuro.

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Guardatevi la demo della nuova idea in Augmented Reality per la BMW Z4.

Strabiliante, vero?  La conferma che la tecnologia oggi è in grado di emozionare, di stupire, di lasciare a bocca aperta.

Bene. Ora però chiudetela, la bocca. E chiedetevi come sia possibile arrivare a fare una cosa del genere.

Già, perchè non basta metter lì una coppia creativa – un art director e un copywriter – a pensare cose e far layout. Non si tratta di un annuncio da mettersi in portfolio o da mandare ai premi.

Qui si tratta di ripensare il modo di fare il nostro mestiere.

La pubblicità è sempre figlia dei media che utilizza. Vi siete mai chiesti come mai la coppia creativa sia composta da un art e da un copy? Pensate ai media utilizzati finora: TV, radio, e stampa. Uno scrittore/sceneggiatore e un impaginatore/grafico sono quello che occorre. E ora? 

Se la tecnologia è un nuovo media, occorre che la coppia creativa si arricchisca di nuove figure in grado di gestirle: ad esempio un interaction designer. E la cosa vale anche vice versa: pure i tecnologhi devono cercare di accoppiarsi a dei creativi. Perchè – se svincoliamo la figura di creativo al media storicamente in v0ga – il creativo resta comunque un professionista in grado di produrre idee e strategie. E di questo la tecnologia ha un disperato bisogno, per non ridursi a semplice giocattolo per adulti, che a lungo andare annoia e che non sviluppa tutto il suo potenziale.

Guardiamo il caso di BMW Z4. Il concetto è potente: express your joy.  L’auto come espressione di gioia e il “key visual” della sgommata sono una grande verità. Tutti i maschietti, fin da bambini, hanno giocato a “sgommare”. Trasformare questo piacere viscerale in un’espressione artistica è una grande idea. E una grande strategia: far giocare le persone con un modello virtuale dell’auto, per far gustare loro la gioia che proverebbero nel guidarne una. A questo punto la tecnologia diventa una questione sia creativa sia di media planning: l’accellerometro dell’iPhone/iPod touch e la realtà aumentata sono le due tecnologie scelte, con risultati creativi decisamente brillanti.

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David Abbott sosteneva che un buon copywriter deve sempre confessare qualcosa di sè, per rendere interessante quello che scrive.

Bene, allora vi farò subito una confessione. E’ una mia passione, nemmeno troppo recente, nemmeno troppo segreta: adoro i Book Trailer.

Mi ha sempre colpito, parlando anche con i miei studenti, scoprire che non sono poi così conosciuti. Per questo ho pensato di dedicare loro un breve post.

Infatti, hanno un grande potenziale d’intrattenimento e di comunicazione. Proprio come i trailer dei film che milioni di utenti sbirciano avidamente dal sito Apple o Yahoo: che sono poi lo spot “virale” con cui le case produttrici pubblicizzano i loro film che che gli stessi milioni di utenti caricano sui propri blog e si scambiano nei mille modi permessi dalla rete.

Pensandoci giusto un paio di secondi, a Sheila Clover della Circle of Seven Productions – inventrice e detentrice del diritto d’autore sul termine “book trailer“- fare lo stesso per pubblicizzare in modo virale i libri sarà apparso poco più che l’uovo di Colombo. 

Con una differenza che io però trovo deliziosa: mentre i film usano lo stesso linguaggio dei propri trailer, i libri usano un linguaggio diverso, quello della parola. Ed ecco allora che un book trailer ha la possibilità di far esplodere il potenziale visionario della parola stessa, della storia, delle emozioni. Da ex traduttore, mi intriga questa traduzione della parola in immagine, e della storia in immagine in movimento. Robert McKee considera qualunque forma di narrazione – scritta, parlata, recitata, su pellicola – unificabile sotto la macro-categoria di Storia. Forse ha ragione; e forse è per questo che ibridare la parola con l’immagine in movimento può diventare tanto emozionante e tanto virale.

Prendete uno degli ultimi esempi: il book trailer di Coraline dell’immenso Neil Gaiman. Ve lo inserisco qui sotto: concedetegli una visione, non ve ne pentirete.

Va da sè che un book trailer può essere un’ottima anticipazione – o addirittura lo stesso trailer – del film che poi verrà tratto dal libro. Il che lo rende un interessante strumento anche in termini di co-marketing tra editoria e cinematografia. A questo proposito, giusto per gradire, sappiate che all’interno del Trailer FilmFest di Catania c’è la sezione  dedicata ai book trailer. 

Ah, un’ultima cosa. Come avrete intuito, leggendo il titolo di questo post, da qualche anno a corollario dei Book Trailer, sono arrivati anche gli Album Trailer. Per loro vale tutto quello che ho già scritto sopra, per cui non sto a ripeterlo. Mi limito a inserirvene uno che apprezzo molto, Insurgentes di Steve Wilson

 

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Vi segnalo un progetto che mi ha lasciato a bocca aperta: We Tell Stories. Come vedrete, è l’iniziativa con cui l’editore Penguin intende promuovere la sua sezione di “Digital Fiction”.

Ora, chi mi conosce sa che già l’espressione “Narrativa Digitale” è in grado di procurarmi un piacevole turgore alle sinapsi. Ebbene, vi assicuro che di fronte a questo progetto uno come me arriva dritto all’orgasmo intellettuale.

Come recita il pay-off, si tratta di “sei autori. sei storie. sei settimane”. Risultato: sei deliziosi mash-up di scrittura e tecnologie digitali che portano il marketing editoriale e il viral marketing in genere “to the next level”. E’ da qualche anno che mi arrovello a studiare e a parlare in università di convergenza virtuosa tra marketing e cultura, ma una cosa così non l’avevo mai vista. Un inaspettato piacere, che spero riceverà i meritati riconoscimenti nei premi che contano.

Divertitevi a seguire il gioco intellettuale dei sei autori, ognuno si concentra su un aspetto del digitale, e lo utilizza in maniera assolutamente pertinente alla storia che vuole raccontare. Information aesthetics, live blogging, google map, scelte multiple, scrittura interattiva, micro-blogging: ce n’è davvero per tutti i gusti. Il mio preferito? Senza esitazioni, Charles Cumming con il suo The 21 Steps: una storia che si dipana seguendo gli spostamenti del protagonista su google map. Un viaggio letterario e geografico che porta il lettore in una dimensione  che Joyce avrebbe probabilmente adorato per il suo Leopold Bloom, se avesse avuto a disposizione la mappa google di Dublino.

Un godimento, vi dico. E sapete la cosa che mi ha fatto godere di più? Che non l’ho scoperta su internet in qualche blog geek. Mi è arrivata con il più tradizionale dei passaparola, da una persona che non mi sarei (quasi) mai aspettato. Digital divide will soon be a thing of the past, folks!

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