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Archive for novembre 2011

Il genio sta nelle piccole cose.

Ben & Jerry, mitica marca di gelati, usa i caratteri che ti avanzano nel tuo tweet per farsi pubblicità.
Con un taglio socialmente etico, a supporto del Fair Trade.
Insomma, dona i caratteri che ti avanzano a supporto di un fine nobile.
Per fare tutto questo, basta inviare i propri tweet dalla loro apposita pagina web.

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Per chi non mi segue anche su linkedin, vi comunico che da un paio di settimane sono il nuovo direttore creativo esecutivo di IAKI, la Social Media Box.

Perché?

Beh, perché IAKI è un’agenzia indipendente con il DNA tecnologico e creativo giusto per diventare la prima vera agenzia creativa ibrida in Italia.

Insomma, finalmente geek advertising ha trovato casa!

Se volete venirmi a trovare, siamo a Milano, in via Panzeri 10.

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Bella pensata strategica.

Prodotto da promuovere: un mezzo da trasposto commerciale, un furgone, di Opel. Da pubblicizzare online con un banner.
Il pensiero: l’essenza del furgone è spostare cose. L’idea digitale: il banner che ti permette di mandare fino a 2Gb ad un amico. Non su ruote ma via web. E del resto Internet non era l’autostrada informatica? Un bel pensiero da planner, dai 😉
Il video la spiega bene. Magari qualche dubbio sul target ce l’avrei, ma l’idea è molto interessante ed è un ottimo esempio di evoluzione dall’essenza del prodotto alla comunicazione.
Una pubblicità che – anche dato il target molto concreto, BTB, è basata su concetti di marketing e non di immagine fine a se’ stessa.

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Ri-posto qui il mio post sul blog ADCI. 

Giovedì scorso si è svolta la giornata didattica organizzata da Movi&Co allo IULM. Ho avuto modo, assieme a Marco Lombardi, di conoscere e giudicare il lavoro, assieme ai loro autori, di 45 giovani videomaker che si sono cimentati in progetti di comunicazione.

La giornata è stata una bellissima esperienza, di cui ringrazio sia Movi&Co sia Marco Lombardi per avermi coinvolto: sarà il fatto di essere un giovane padre (o forse il fatto di volermi credere ancora giovane, nonostante i pochi capelli), ma credo moltissimo nei giovani: sono il motore dell’evoluzione.

Per questo mi ha deliziato vedere come sono imbevuti di nuovi linguaggi, e di quello che gira quotidianamente, ad esempio, su vimeo, i cui awards personalmente ritengo importanti quanto quelli di Cannes.

Sempre per questo, mi ha colpito la talvolta sospetta mancanza di cultura di comunicazione di non pochi fra questi aspiranti videomaker. Lasciamo da parte i luoghi comuni (sono rimbambiti da google e wikipedia, non sanno l’inglese, sono pigri, sono finite le mezze stagioni) probabilmente veri, e poniamoci una domanda: siamo dei bravi insegnanti per questi giovani? Noi, i comunicatori di professione, i coltivatori d’idee, siamo anche coltivatori di giovani talenti?

In fondo, si è chiamata “giornata didattica”, non “giornata del giudizio”: ho avuto la tentazione di giudicare, lo confesso, soprattutto quando una ragazza ha presentato il video di un collega, dicendo che era ispirato all’*idea* di Dove “Evolution” solo perché realizzato con la tecnica del timelapse. Poi mi son detto, appunto, quello che vi ho appena scritto. E mi sono impegnato a insegnare di più ai miei studenti, ai miei creativi, anche a imparare da soli quando non c’è nessuno che insegna.

Sì, decisamente sono invecchiato.

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Ammesso e non concesso che le persone vogliano davvero “interagire” con i prodotti (e di questo parlerò in un mio prossimo articolo), allora questo è un buon esempio.
Cadbury, notissima azienda di confectionery e snack ha utilizzato un software di realtà virtuale (Blippar) per trasformare le proprie barrette in giochi per lo smartphone, in un classico esempio di Geek Advertising.
Vista la voglia di giocare (quella sì, incontestabile) delle persone – ben dimostrata in ultimo da prodotti come Angry Birds, tanto per fare un esempio – ha molto senso affrontare la strada dell’advergaming o se volete fare più i fighi, della Gamification.
La domanda è: che impatto ha giocare con una barretta di cioccolato sul business della detta baretta? Un effetto di branding? Di creazione di simpatia e quindi in un qualche modo, di preferenza, esclusività del consumo, di una maggiore frequenza di acquisto….?
Vale la pena di fare questa operazione sperando che qualcuno acquisti qualche barretta che altrimenti non avrebbe comprato, per il puro gusto di provare i vari giochini?
Di certo il mantra che ci ripetiamo da decenni è che più tempo la gente passa con gli occhi e la testa sul nostro prodotto, meglio è per il business.
D’altra parte, visti anche i budget, sicuramente non paragonabili a quelli dell’adv, fare un po’ di sperimentazione, buttare un po’ il cuore oltre l’ostacolo e fare un po’ di stranezze può essere una buona idea, anche dal punto di vista business. Se vogliamo, definiamola “creatività”.
Anche perché le sorprese, per definizione, non si sa mai da dove possono venire.

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Chi mi conosce sa che MEME è una parola che amo particolarmente, dato che coniuga due mie grandi passioni: cultura e creatività.

Meme definisce infatti l’unità minima di un contagio culturale. E’ insomma il livello culturale di quel comportamento umano che si esprime come viral marketing in ambito pubblicitario.

Anche un videogame può generare un meme. Ad esempio, Mortal Kombat (avevo ancora i capelli quando ci giocavo…) e il “get over here” di Scorpion:

Viene ripreso, ovviamente, anche nella versione cinematografica del gioco:

Infine, per chi negli anni ’80 non si esponeva ai raggi delle lampasso ma, come me, a quelli dei monitor dei videogame, ecco una gallery di “10 Video Game Meme“.

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Questo è un virale (effetto, non filmato… mi raccomando ;-)): Siri, l’assistente virtuale del nuovo iPhone 4S, usata come partner in un duetto canoro.

Geniale l’idea, che, oltre a essere un divertentissimo video geek, è pure un bel self promotion per l’autore e per la sua app.

Double Kudos!

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