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Archive for the ‘think geek’ Category

I confess: I am a machead. Yet I bought a Pebble as an impulse purchase the moment I saw the new website.

It leverages every weak point the Apple watch has revealed so far: pretentious design (even if some argue it’s great), no battery life, almost useless, too expensive.

Just a few days after the Apple keynote, Pebble replies: we’re substance vs vaporware, we’re real, we’re fair and square.

Oh, we’re cheap (huge price cut on both models). And we have pretty decent battery live (almost one week).

Great copy strategy, great execution. Great brand storytelling, told by good old fashioned pixels (no fancy video).

Breathe Jony, this round is not yours.

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Riporto il post pubblicato sul blog ADCI.

Come fa notare il sempre preciso Mauroman, Red Bull Stratos non è poi tanto diverso da quello che faceva Sector No Limits una 15ina di anni fa con testimonial come Patrick de Gayardon, a parte che c’è Internet di mezzo.
E, in effetti, la presenza di Internet è tutta la differenza. Non solo come potenza di buzz, cosa di per sé non da poco, ma perché ha spostato l’accento della comunicazione di marca sui contenuti: sul content marketing, per fare felici di planner ;-P

15 anni fa, in pieno paradigma televisivo, Patrick de Gayardon e tutta la scuderia di testimonial Sector erano appunto soltanto dei testimonial, degli sportivi estremi che diventavano personaggi televisivi portando con sé il logo Sector e i valori della marca: che era pienamente co-protagonista della comunicazione.

Quello che oggi è cambiato, grazie al paradigm shift internet e geek, è che il volo supersonico di Felix Baumgartner è protagonista assoluto di un’operazione di cui Red Bull è “soltanto” finanziatore e, soprattutto, media company. Perché ha prodotto un contenuto video scientifico/sportivo che stato guardato da oltre 8 milioni di persone live su YouTube e che genererà anche un documentario BBC in onda a Novembre negli States sul National Geographic Channel.
La marca diventa invisibile, cedendo il passo al contenuto e all’atleta. Come nota AdFreak, infatti, la marca è “omnipresent yet invisible”.

Facendo un passo indietro a favore dei contenuti, Red Bull aumenta la sua visibilità e iconicità, al punto che qualcuno già addita l’evento come prossimo oro a Cannes nella categoria special events e live advertising. E a giudicare dal numero di spoof istantanei (qui di seguito vedete quello di Conan o’Brien e, sotto, quello di Ogilvy Vienna, con i Lego), tendo ad essere d’accordo.

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Siri sta generando una forma di engagement virale e molto geek. Per quale Brand? Siri, naturalmente. E di conseguenza per Apple.
In rete ci sono da mesi tantissimi spoof video su Youtube: talmente tanti e divertenti, che qualcuno ha già stilato le classifiche dei migliori, come questa.

L’effetto Siri è un virale talmente grande che non si ferma alla rete, ma riceve pure una consacrazione televisiva, come nella serie più geek della TV “Big Bang Theory”:

Ora, potrà pure essere un’operazione di product placement e di marketing virale da parte di Apple; tuttavia resta il fatto che Siri esprime il potere di brand engagement che la tecnologia ha, quando tocca le corde giuste di certi comportamenti umani. Nel caso di The big Bang Theory, l’innato desiderio (maschile) di avere una donna che ti ascolta e fa sempre quello che dici: una geisha geek.

Da un punto di vista più ampio, di comunicazione, il comportamento che ha scatenato l’effetto virale e di engagement spontaneo è l’innata tendenza delle persone a far propri i contenuti che trovano piacevoli o divertenti, a remixarli. Un po’ come era già capitato per il Kinect Effect, di cui abbiamo già scritto.

Kirby Ferguson, hai proprio ragione: Everything is a remix.

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Marca esclusiva, posizionata su un target di palati raffinati. Grey Poupon, una senape.
Già, e sui social? Su Facebook, dove tutti si scatenano ad acquisire più like possibile, anche a costo di comprarli (poi sapete come la penso sulla polemica dei falsi follower).
Lì si rompe il giocattolo, perché l’idea è di avere cani e porci ad amare e likare la nostra pagina.
Alla faccia dell’esclusività, si svacca la marca.
A meno che…
A meno che la marca, in base al suo credo, non ci pensi bene, prima di accettare il tuo like.
Vadano a vedere il tuo profilo Facebook. A capire se sei persona di gusti raffinati. Se sei degno.
In caso contrario non ti accettano. E rescindono il tuo link, ti rimbalzano, ti rifiutano.
A me hanno preso alla stragrande (non avevo dubbi, essendo uno di gusti fini), non ho quindi potuto verificare se davvero ti segano. Provateci voi e sappiatemi dire se e quanti sono stati rimbalzati.
😛
Ovviamente siamo nuovamente nel campo dell’uso dei tui dati, della personalizzazione, del cercare di estrarre un senso dalle cose che fai, dici, posti.
Un campo maledettamente affascinante. (in questo caso non dovrebbero esserci problemi di privacy, nella misura che il processo e il risultato li vedi solo tu e non vengono diffusi a terzi).
Fatevi un giro e giocate al processo di approvazione, è carino.
Ora, come spesso capita, non è però che l’operazione Facebook e il sito della marca siano esattamente allineati:
Si veda anche questo mio dotto articolo: Marketing negativo: se non ti vendo tu vuoi comprare…;-)

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Ovvero, come l’advertising ci vede già doppio.

“Vederci doppio” è un’espressione che cambierà presto significato. Grazie alla realtà aumentata (AR), ovvero la tecnologia che ci fa vedere doppio, aumentando di contenuti digitali il mondo reale che ci circonda.
L’abbiamo vista talmente spesso nei film di fantascienza (due su tutti, Minority Report e Iron Man… ok, facciamo tre: anche Essi vivono di John Carpenter) che ci è quasi familiare.
Un po’ come il touch screen dell’iPhone: quando lo vedi per la prima volta, da un lato ti stupisci perché ti sembra magia pura, dall’altro provi la gratificazione di chi finalmente può usare dal vero qualcosa che ha sempre sgolosato solo al cinema.
Questa stessa sensazione è quella provata di fronte alla demo pubblicitaria di Project Glasses di Google, l’interfaccia handfree di realtà aumentata. Guardatevela qui sotto.

Il video ha avuto così tanta presa sul pubblico da diventare subito virale, come dimostrano i numerosi spoof che la gente ha spontaneamente realizzato. Eccone uno:

Bene, se gli occhiali sono il futuro della AR (guardatevi anche Sight, un cortometraggio sulle lenti a contatto del futuro prossimo), la geek advertising è già il suo presente.

Due esempi: uno l’app realizzata per il rivenditore di abbigliamento Moosejaw, che permette di fare quello che tutti gli occhiali a raggi X promettevano sulle riviste degli anni ’70: vedere sotto gli abiti delle modelle.

L’altro, l’applicazione mobile AR che GoldRun ha realizzato  per Esquire Magazine, con cui si poteva interagire digitalmente con la covergirl Brooklyn Decker nelle librerie Barnes & Noble, e condividere la foto su Facebook. Il tutto, ovviamente, a patto di scaricare l’app di Esquire e di recarsi in uno dei 700 punti vendita Barnes & Noble.

Cambiano le tecnologie, ma non le regole del gioco: si tratta sempre di individuare contenuti rilevanti per le persone, e di creare non più soltanto messaggi, ma intere esperienze di marca. O, per restare nel tema della AR, di geek advertising aumentato.

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Intelligente: per promuovere il nuovo film dell’A-Team, il gioco si fa duro su Google Earth.. 🙂
L’idea è di giocare a guidare il furgone dell’A-team all’interno di uno scenario preso da Google Earth.
Bell’esempio di uso creativo della tecnologia, direi Geek Advertising.
Adesso il giochino non funziona più, ma fortunatamente è rimasto il video.
Quanto all’A-Team: a volte ritornano. :-S

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Immagino che abbiate già sentito parlare di Iron Sky, un immaginifico e allucinatorio film di fantascienza basato sull’idea che i nazisti si sono rifugiati sulla Luna… e adesso ritornano :-)In realtà l’idea forte di base è stata quella di ricorrere al finanziamento popolare, per rendere possibile la realizzazione del film.

Progetto che ha avuto successo, visti i soldi raccolti (comunque una parte piccola – anche se significativa – del budget totale)  e che il film è stato prodotto e distribuito (sotto, il trailer).

E soprattutto visto che non solo ha aiutato a trovare i finanziatori veri ma che ha permesso di costruire un buzz in rete che ha contribuito a rendere una specie di mito questa pellicola.

Parte adesso una seconda fase di fund rasing, con lo “sneak peek”.

Contenuti esclusivi a disposizione di chi ha aderito… e il prezzo è a discrezione degli utenti, pagate quel che volete (suggerito 3 euro).

Per un approfondimento sui benefici del crowd funding nel cinema, leggete qui: http://www.hollywoodreporter.com/news/berlin-2012-expert-panel-talks-289293

A questo punto però, non posso esimermi dal citare anche l’autarchico prodotto della cinematografia italiana “Fascisti su Marte” 🙂

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