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Usnap: See your wedding through their eyes
Si tratta di una startup, il cui concept è di mettere a disposizione degli invitati alle nozze una app mobile (ovviamente su suggerimento/invito degli sposi).
In questo modo, tutte le foto fatte da amici e parenti del felice evento verranno automaticamente aggregate online, viste, condivise in diretta etc etc
Ad un costo stimato di poco di più di 100 euro per evento…
Consiglio: se vi interessa, non andate sul sito, perché non c’è nulla. Leggete piuttosto questo articolo.

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Ammesso e non concesso che le persone vogliano davvero “interagire” con i prodotti (e di questo parlerò in un mio prossimo articolo), allora questo è un buon esempio.
Cadbury, notissima azienda di confectionery e snack ha utilizzato un software di realtà virtuale (Blippar) per trasformare le proprie barrette in giochi per lo smartphone, in un classico esempio di Geek Advertising.
Vista la voglia di giocare (quella sì, incontestabile) delle persone – ben dimostrata in ultimo da prodotti come Angry Birds, tanto per fare un esempio – ha molto senso affrontare la strada dell’advergaming o se volete fare più i fighi, della Gamification.
La domanda è: che impatto ha giocare con una barretta di cioccolato sul business della detta baretta? Un effetto di branding? Di creazione di simpatia e quindi in un qualche modo, di preferenza, esclusività del consumo, di una maggiore frequenza di acquisto….?
Vale la pena di fare questa operazione sperando che qualcuno acquisti qualche barretta che altrimenti non avrebbe comprato, per il puro gusto di provare i vari giochini?
Di certo il mantra che ci ripetiamo da decenni è che più tempo la gente passa con gli occhi e la testa sul nostro prodotto, meglio è per il business.
D’altra parte, visti anche i budget, sicuramente non paragonabili a quelli dell’adv, fare un po’ di sperimentazione, buttare un po’ il cuore oltre l’ostacolo e fare un po’ di stranezze può essere una buona idea, anche dal punto di vista business. Se vogliamo, definiamola “creatività”.
Anche perché le sorprese, per definizione, non si sa mai da dove possono venire.

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Lo dico spesso, quando insegno: bisognerebbe far vedere le Case History di insuccesso – perché si diventa più rapidamente esperti facendo tutti gli errori possibili, si impara più dagli errori che dai successi (degli altri).
Peccato che non sempre le Case sfortunate si trovino in giro, sulla base del principio che gli errori vanno nascosti sotto il tappeto insieme alla polvere.
Con grande interesse vi allego quindi questa presentazione, che raccoglie ben 11 casi di insuccesso, da cui trarre lezioni di marketing e comunicazione.

A partire dal fatto che non è saggio consigliare alle propri clienti o prospect di lavarsi le parti intime quando cercano lavoro…


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Non c’è dubbio che il ciclo dell’hype (il momento di glorificazione mediatica) stia in questo momento incensando Twitter – visto non tanto come fenomeno sociale ma di cui si vantano i meriti in ambito markettaro-comunicativo.

Lo stesso Advertising Age, organo ufficiale dell’establishment pubblicitario dedica nella sua sezione digitale ampi spazi a questo strumento e a casi di successo in cui questo tool di comunicazione sociale in realtà porta facilmente e a basso costo business alle aziende che hanno il coraggio di adottarlo.

Tra i casi comunque più interessanti c’è quello della NASA – ente che apparentemente non sembrerebbe avere bisogno di fare pubblicità commerciale… ma che invece ne ha un bisogno disperato per sostenere la sua popolarità e quindi i finanziamenti ai suoi progetti.

In quest’ambito ha fatto scuola l’uso di Twitter per far parlare in prima persona la sonda Phoenix durante la sua missione su Marte, drammatizzando e coinvolgendo il pubblico in una missione peraltro poco affascinante per i non addetti ai lavori (qui trovate un mio post sul tema che spiega anche il problema di business e comunicazione della NASA).

Visto che l’ente spaziale americano si è trovato bene ecco che riparte all’attacco – ed è adesso un astronauta impegnato nella complessa missione di riparazione di Hubble che da Twitter, dallo spazio, ci racconta in presa diretta le sue emozioni. Da Twitter Mike Massimino, nome in codice Astro_Mike, condivide le sue sensazioni, ci porta a bordo.

Un modo diverso di comunicare, che sembra aver avuto molto successo e creata una vasta onda mediatica, specialmente tra il pubblico più “wired” – tendenzialmente proprio quei giovani che non solo daranno o meno il sostegno agli investimenti dello stato in ricerca spaziale, ma che rappresentano quelle nuove leve di ingegneri, scienziati, amministratori senza le quali tra pochi anni la NASA potrebbe sostanzialmente chiudere bottega.

Twitter dunque, più che uno strumento di comunicazione, un tool di sopravvivenza spaziale?

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