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Pochi giorni fa stavo “fishing for insights” nel mondo dei videogames, e mi sono imbattuto in un vecchio video del TED, con David Perry che dissertava sul tema “Will videogames become better than life?”.

Guardatevelo anche voi qui sopra, soprattutto la parte con il video di tesi del suo studente. Al di là che è ricchissimo di insights, per quanto da anni già abusatissimi in pubblicità, soprattutto da Playstation, la cosa mi ha fatto riflettere.

Da un lato, sul fatto che creatività e cultura non sono poi così divergenti (argomento di cui ogni tanto qualche folle mi invita a parlare, come allo scorso sci(bzaar)net). Se i creativi che hanno studiato ad esempio lo spot Playstation “Double life” hanno anticipato gli stessi temi trattati e incensati in prestigiose università e al TED, allora è una ulteriore conferma dell’argomento di cui sopra: nonostante le sue applicazioni siano molteplici e a volte divergenti, l’intelligenza è una. 

E dall’altro, mi ha fatto riflettere su come si stanno trasformando i nostri “target”. Vedete, io ho sempre detestato anglicismi da marketing come questi (che infatti metto sempre tra virgolette): macchè target e target, gli interlocutori di un creativo sono le persone! Esseri umani, dotati di emozioni, intelletto; persone con una propria storia che è sempre in evoluzione. Non sono bersagli da “colpire”. Con loro, piuttosto, un creativo geek deve giocare. Bisogna riconoscervisi: siamo uguali, siamo tutti attori dello stesso processo di comunicazione evoluta.     

Ebbene, vedendo il video di quello studente, ho riflettuto su quanto geek stia diventando il nostro apparato cognitivo.

Mi spiego: siamo talmente estensione delle interfacce che usiamo, a tutti i livelli – siano esse elettrodomestici, telefonini, palmari, computer, o videogames – che queste interfacce sono un nuovo organo cognitivo con cui vediamo la realtà, che di rimando ci appare, in questo caso, come un videogame.

Se la realtà è la percezione che noi ne abbiamo, allora i videogames sono il feedback che noi riceviamo di noi stessi. In altre parole, per un apparato cognitivo assuefatto ai videogame, il vissuto nel mondo fisico e il vissuto nel mondo virtuale sono allo stesso modo reali. 

Realtà e percezione della stessa. Sembra filosofia da Videodrome o da Ghost in the Shell, ma non siamo poi così lontani dalla pubblicità, dal momento che questa lavora proprio sulla percezione della marca, della merce.

Ecco la conclusione della riflessione: si sta affacciando sul mercato una generazione di individui la cui percezione del mondo, il cui stare al mondo è geek nell’essenza, nel DNA. Bene. La Geek Advertising li aspetta al varco.

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